Coach Cibe

Considerazioni sulla regular seasonConsiderations upon regular season

Mancano 3 giornate piene e 2 recuperi nel girone nord per chiudere la regular season. Delle 16 partite disputate, 3 si sono concluse con il 6 a 0 a tavolino.
Partiamo da  qui per fare una riflessione su un aspetto del lacrosse italiano che ho già avuto modo di condividere verbalmente con qualcuno.
Tre partite non disputate su 9 giornate sono tante, non c’è che dire, e – anche con l’attenuante della neve – è necessario fare una seria riflessione sul fatto che alcune squadre hanno effettivamente ancora problemi a schierare una formazione, non dico competitiva, ma anche solo con il numero minimo di giocatori.
Le punte dell’iceberg sono il Torino, che coraggiosamente è scesa in campo senza aggregarsi a nessuno, e – soprattutto – Bologna. Bisogna infatti considerare che con Bologna ci sono alcuni giocatori del La Spezia, franchigia che – da quando mi occupo io di lacrosse (2009) – non è mai scesa in campo in modo autonomo, i rappresentanti del Mirandola e alcuni giocatori di una “costituenda” franchigia (se le notizie che ho sono corrette) di Cesena. Sulla carta, 4 realtà indipendenti che si spera in futuro schierino 4 formazioni in campionato ma che ad oggi non riescono ad esprimere, unite, una singola formazione completa (10 giocatori) per le partite di campionato.
Non è assolutamente un problema facile da risolvere, me ne rendo conto; so che tutti i responsabili, di tutte le squadre, fanno il massimo per mettere in campo una formazione. Lo so, ne sono certo, perchè parlo regolarmente con molti di loro e ci scambiamo idee e opinioni in merito; purtroppo la faccenda è come un cane che si morde la coda. Per trovare giocatori nuovi bisogna giocare e fare vedere lo sport sui campi… quindi è necessario mettersi in gioco rischiando di non avere una squadra completa… ma se non hai una squadra completa rischi di non poter scendere in campo (anche se ho visto il Torino in 7 prima e 8 poi contro 10 vendere carissima la pelle)… e via in un loop infinito!
Sono convinto che la strada intrapresa da Torino e Bologna sia quella giusta: cercare di scendere sempre e comunque in campo per crescere e fare vedere il lacrosse nelle proprie città.

Fare vedere il lacrosse… altra nota dolente.
Le presenze di pubblico ad oggi non confortano (e come tutti sanno a mio parere il girone doppio non aiuta affatto).
Durante le partite di campionato che ho giocato o arbitrato, raramente si supera la decina di spettatori. Qualche volta si arriva a una ventina/trentina di presenze (Red Hawks vs Bocconi di quest’anno per esempio) ma più spesso gli spettatotori non superano le 5 o 6 unità.
Tanto per fare un altro esempio ho chiaramente in mente  una partita Bocconi vs Torino con zero spettatori sugli spalti e forse un paio di amici in panchina e una partita Bocconi vs Merate con 6 spettatori sugli spalti di cui 2 erano i miei figli di 6 e 10 anni e comunque gli altri erano tutti parenti dei giocatori (non che non siano i benvenuti… anzi!).

Vorrei a questo punto proporre una riflessione che NON è correlata a nessuno in particolare ma è veramente generale. Voglio sia chiaro che non sto criticando nessuno in particolare, sto – appunto – considerando la situazione. La mia valutazione, che deriva anche dall’esperienza di oltre 30 anni di sport, dai pulcini fino al coaching, è che – molto e forse troppo spesso – il problema  va ricercato non solo nella federazione, che senza dubbio può fare scelte sbagliate, ma anche nella mentalità di alcuni giocatori (è una mia opinione per definizione opinabile, non dico che sia un dato di fatto).
Il lacrosse potrebbe non venire visto come “sport” ma come semplice “gioco”. E quindi non viene solo dopo lavoro e famiglia (cose accettabilissime visto che siamo categoria “amatori”, cioè sotto il dilettantismo) ma anche dopo l’uscita con gli amici, la partita della squadra del cuore allo stadio, la festa di turno, la ***bata con la morosa o il week-end sui monti (e via discorrendo).

Credo che, per fare crescere il lacrosse, bisognerà lavorare, oltre che sul vertice che è il consiglio federale (nel senso che dovrà essere completato e che dovrà cominciare ad operare in modo sistematico su tutte le realtà italiane con interventi di formazione e di supporto) anche sulla base (e cioè sui giocatori) per fare loro capire che praticare uno sport “bene” non è solo divertimento ma è anche impegno, sacrificio e, a volte, rinuncia. E questo è necessariamente compito, oltre che della federazione, soprattutto degli allenatori prima e dei BoD delle squadre italiane poi.

Solo con la serietà da parte di tutti, che siano consiglieri federali, allenatori, presidenti o giocatori alla prima partita, il movimento potrà crescere non solo sulla carta ma anche nella realtà, permettendo la disputa di campionati e coppe interessanti, combattutti e soprattutto spendibili sul mercato prima di tutto verso nuovi possibili giocatori e poi verso sponsor, strutture sportive, comuni e pubblico per magari incominciare a contare gli spettatori a decine invece che a unità.

Aspetto commenti.

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2 Comments

  1. Magu

    20/03/2012 at 3:54 pm

    Caro Coach Cibe, la tua attenta analisi mi trova concorde in molti punti.
    Proprio ieri sera ho chiaccherato con delle amiche a cena, due di loro sono insegnanti, evidenziando le difficoltà oggettive di promulgazione di questo sport, loro mi proponevano le scuole come bacino di interesse.
    Un grosso problema è dato dal fatto che la maggior parte delle persone dedite a questo sport svolgono per lo stesso almeno 2 o più figure. Inoltre hanno una vita privata. Tutto ciò fa si che il tempo a disposizione per fare “pubblicità” efficace e “reclutamento” sia alquanto ridotto.
    Trovare un bacino di utenti appetibili, invogliarli, distoglierli da altre discipline più note, convincerli ad investimenti importanti ….capisci che la difficoltà aumenta esponenzialmente.
    Ma noi del lacrosse siamo duri a morire e combattiamo ogni giorno per andare avanti.

    Un consiglio che ci è stato: aggregazione con altri sport.

    Chissà, magari potrebbe dare dei frutti!!!

    Magu (Matteo Magugliani)

  2. Coach Cibe

    20/03/2012 at 4:45 pm

    Concordo pienamente,
    credo anche però che un punto chiave sia l'”educazione” del giocatore.
    Deve capire che SPORT non è uguale a GIOCO.
    Per fare uno sport bisogna anche (non solo ovviamente) soffrire, fare sacrifici e a volte fare delle rinunce.
    Essere parte di una squadra e quindi anteporre ai propri interessi personali (ovviamente con i dovuti limiti) gli interessi del gruppo è una cosa non facile e non istintiva.
    I giocatori, dagli allenatori e dai dirigenti, devono essere cresciuti come figli o come fratelli minori e la parte “educativa” dello sport è imprescindibile.

    Occazzo!!! Come sono diventato serio! 😀

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